Tra Leggende e Storia

La storia del Ju Jitsu si perde nella leggenda. Tre sono per l’esattezza le leggende sulla sua origine: la leggenda del salice, la leggenda del Jiu-Jitsu estratta dal libro “L’arte del Samuray” così come scritto e tramandato dal Maestro Gino Bianchi e la leggenda del maestro Iso. Ma pare evidente una influenza delle già esistenti arti marziali cinesi e indiane (Kung Fu e Kalaripayat). Il Ju Jitsu si sviluppa e codifica per iscritto nel periodo medievale in Giappone, e diventa l’arte prima dei samurai. Se ne arrivano a contare ben 160 stili differenti. In epoca moderna il Ju Jitsu ha grande diffusione in tutto il mondo, e diventa la base della preparazione al combattimento di molte forze speciali ed eserciti. Anche in Italia, da inizio del 900 il Ju Jitsu fa la sua comparsa, aprendo la strada alle arti marziali.

La leggenda del Maestro ISO

II Ju Jitsu conobbe il suo periodo di maggiore diffusione nel Giappone feudale, durante l’epoca della dinastia Tokugawa, nel XVII secolo. Esso veniva praticato dai militari professionisti, i Samurai, e in forma forse più rozza, anche dai contadini e dalle classi più povere, a scopo di difesa. Non bisogna dimenticare che in quei tempi il Giappone era percorso da bande di ladroni senza scrupoli che compivano saccheggi e razzie in tutto il paese. Si narra che il Maestro ISO, uno dei più grandi maestri di JuJitsu della storia, si trovasse a passare, assieme ad un allievo, vicino ad una povera casa di contadini proprio mentre una di queste bande stava compiendo un saccheggio, minacciando con le armi i contadini impauriti. 


Il maestro ed il suo allievo, completamente disarmati, affrontarono il folto gruppo di ladroni ai quali impartirono una severissima lezione che li indusse alla fuga, tra lo stupore e la gioia delle scampate vittime. Al di là degli aneddoti va comunque detto che il Ju Jitsu veniva praticato in Giappone già da molti secoli prima del 1600, ma sotto altri nomi, quali Kogusoku, Yawara, Tode, Kumiuchi, ed altri. Durante il XVI e XVII secolo, grazie anche ai frequenti scambi commerciali e culturali tra il Giappone e la Cina, il JuJitsu subisce le influenze dei sistemi di combattimento cinesi, conosciuti come Chan Fa (più tardi come Kempo e Kung FU) che si integreranno col tempo nella matrice nipponica fino a formare un tutt’uno: da questa fusione prese forma il Ju Jitsu come lo conosciamo oggi. In seguito si formarono moltissimi, centri di insegnamento, ognuno dei quali custodiva gelosamente i suoi segreti. Ognuna di queste scuole, dette “RYU” seguiva una sua impostazione stilistica precisa: fu così che nacquero i diversi stili di JuJitsu. Alcuni di questi stili si sono persi col tempo, altri sono giunti fino a noi. Tra i più famosi citiamo lo YOSHIN RYU, il DAITO RYU, il KITO RYU, il TAKENOUCHI RYU, e tantissimi altri. Da alcuni di questi stili vennero in seguito creati, con numerose modifiche, il Judo e l’Aikido.

La leggenda del Salice

Esisteva un tempo, molti secoli fa, un medico di nome Shirobei Akiyama. Egli aveva studiato le tecniche di combattimento del suo tempo, comprese altre tecniche che imparò durante i suoi viaggi in Cina compiuti per studiare la medicina tradizionale e i metodi di rianimazione, senza però ottenere il risultato sperato. Contrariato dal suo insuccesso, per cento giorni si ritirò in meditazione nel tempio di Daifazu a pregare il dio Tayunin affinché potesse migliorare.

Accadde che un giorno, durante un’abbondante nevicata, osservò che il peso della neve aveva spezzato i rami degli alberi più robusti che erano così rimasti spogli. Lo sguardo gli si posò allora su un albero che era rimasto intatto: era un salice, dai rami flessibili. Ogni volta che la neve minacciava di spezzarli, questi si flettevano lasciandola cadere riprendendo subito la primitiva posizione.

Questo fatto impressionò molto il bravo medico, che intuendo l’importanza del principio della non resistenza lo applicò alle tecniche che stava studiando dando così origine ad una delle scuole più antiche di JuJutsu tradizionale, la Scuola Hontai Yoshin Ryu (scuola dello spirito del salice), tuttora esistente e che da 400 anni si tramanda tecniche di combattimento a mani nude e con armi in maniera quasi del tutto invariata.

Il 19º Soke (caposcuola) è Kyoichi Inoue Munenori, e alcuni dei Kata (forme) di questa Scuola sono gli unici ad essere inseriti nel programma federale della FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali). La Hontai Yoshin Ryu, inoltre, è riconosciuta dal Nihon Budokan (Nippon Budokan) che riconosce solo pochissime scuole con una discendenza documentata.

L’arte del Samuray

La leggenda del Jiu-Jitsu estratta dal libro “L’arte del Samuray così come scritto e tramandato dal Maestro Gino Bianchi.
Nel 590 a.c. a Yeddo, residenza degli Shogun (luogotenenti dell’Imperatore) in un salone del castello si riunirono i governatori di 18 province capeggiati da Jikamon Nì Kamu Hikomì per decidere di inibire l’uso delle armi ai guerrieri Samuray o uomini a due spade.

Tale decisione aveva lo scopo di evitare che detti guerrieri continuassero a cimentarsi ad ogni futile motivo in duelli spesso mortali. Ben presto però il rimedio si rivela peggiore del male si torna infatti alla legge dello strapotere fisico secondo la quale il più forte comanda il più debole.

Alcuni guerrieri approfittando della loro vigoria muscolare continuarono a spadroneggiare fino al punto di macchiarsi di orrendi omicidi.

Tajamano Kokajo, feroce e sadico gigante, capitano della Guardia imperiale spinse la sua impudenza oltre ogni limite tentando di usare violenza ad una cara ed innocente fanciulla di dodici anni la quale dopo essere stata imprigionata per vari giorni preferì uccidersi facendosi harakiri, non senza prima aver svelato i suoi propositi mediante uno scritto all’adorato fratello: timido ed esile Samuray. Purtroppo il messaggio giunse troppo tardi ed al Samuray altro non restò che piangere la morte dell’adorata sorella. D’altra parte anche se ne fosse venuto al corrente prima, nulla avrebbe potuto fare al cospetto del truce gigante che, oltre a possedere enorme prestanza fisica e grande coraggio, era anche protetto dall’Imperatore il quale vedeva in lui una specie di simbolo della forza nei confronti dei nemici.

Il Samuray giurò di vendicare l’onta subita, avrebbe potuto ucciderlo a tradimento, ma ciò non era nel suo carattere; voleva ucciderlo, ma lealmente e faccia a faccia come qualunque mortale.

Fisicamente debole rispetto al demoniaco ufficiale dell’Imperatore, il Samuray si torturò le meningi dedicandosi anima e corpo alla ricerca di qualche cosa che potesse invertire il detto secondo il quale “conta solo la forza”.

Un giorno dopo un’abbondante nevicata egli osservò che mentre alcune robuste querce sotto il peso della neve furono stroncate, l’esile salice si era limitato a flettersi consentendo alla bianca coltre di cadere al suolo e ritornando a raddrizzarsi sul suo fusto. Questa constatazione illuminò il Samuray che studiò a fondo l’anatomia del corpo umano provando su se stesso e sui propri fratelli diverse mosse, riuscendo a stabilire che facendo perdere l’equilibrio in differenti maniere e agendo simultaneamente su alcune parti del corpo si poteva mettere fuori combattimento qualsiasi individuo.

Il momento della rivincita per il giovane Samuray era scoccato e l’occasione gli si presentò presto: ricorreva allora il periodo delle grandi cerimonie durante le quali i nobili si dilettavano assistendo a sfide di ogni sorta, dai duelli alla rude lotta giapponese denominata “Sumo” (specie di lotta libera senza esclusione di colpi eseguita con la massima rudezza da individui fortissimi, lotta che registrava alla fine la morte di uno dei contendenti). 

Su questi duellanti, i nobili puntavano i loro desideri e scommesse; sulla grande spianata antistante il castello erano già state sistemate le tende di corte con il palco riservato all’Imperatore il quale con la sua magnifica sposa avrebbe, il mattino successivo, dato il via alle tenzoni.

Il popolo affluiva da ogni parte per poter assistere alle cerimonie accampandosi alla meglio in un’indescrivibile confusione. Finalmente giunse l’ora dell’apertura dei giuochi per mano dell’Imperatore che aveva al suo fianco il truce gigante Tajamano Kokajo nella superba divisa di capitano.

Due lottatori entrarono in campo ed al suono del gong iniziarono la tremenda competizione; il popolo non trascurava gli incoraggiamenti aizzando or l’uno or l’altro finchè uno dei due restò disteso a terra privo di vita per i colpi ricevuti.

Il secondo duello era tra due sciabolatori e terminò presto con la vittoria di un appartenente alla Guardia Imperiale; fu in quel momento che Tajamano Kokajo scendendo nell’arena, alzando il pugno urlò ai presenti ed in modo significativo “Ecco come le mie guardie trattano coloro che osano sfidarle” e dicendo ciò posò con forza il piede sulla testa del guerriero appena spirato.

L’eco delle sue parole non si era ancora spento che una voce dolce e calma si levò tra la folla: “Io oso sfidare te, vile e prepotente Kokajo e non al duello con armi, ma in lotta corpo a corpo”.

Tale sfida destò prima stupore ed immediatamente uno scoppio generale di ilarità al quale presero parte tutti, non escluso l’Imperatore. Tajamano Kokajo dopo aver riso sguaiatamente si girò verso il palco Imperiale ed a gran voce disse: “Mio Imperatore, questo verme che ha osato insultare il capitano delle tue guardie deve essere punito”.

La voce era quella del giovane ed esile Samuray Nomino Sukune vestito di un bellissimo kimono bianco colore della purezza cinto alla vita da una sciarpa di colore nero, sciarpa che gli ricordava la defunta sorella, avendogliela lei stessa confezionata.

L’Imperatore alzandosi disse: “Come osi, Nomino Sukune sfidare il simbolo delle mie guardie, il terrore dei nemici della nostra Patria? Per punirti di tanta audacia, ti permetterò di cimentarti contro Tajamano sapendo che ciò segnerà la tua fine; ma se tu riuscirai a salvarti essendo risparmiato dal mio capitano, sarai condannato comunque alla decapitazione per avere osato tanto”.

Il Samuray s’inchinò in segno di assenso e si avviò verso l’arena tra gli sguardi atterriti del popolo che, dopo lo scoppio di ilarità, era preso da un senso di preoccupazione per la vita del giovane e ben voluto Samuray.

Appena i due contendenti furono di fronte, Sukune parlò: “Tajamano Kokajo, le tue malefatte stanno per avere fine, i tuoi soprusi sono terminati, la vita di mia sorella Fior di Loto sta per essere vendicata; io ti ucciderò con queste mani e la tua tanto vantata forza nulla potrà per impedirmelo”. 
Si udì il colpo del gong, Sukune fece un gentile inchino all’avversario che dal canto suo si limitò a fare un grugnito misto ad un arrogante sorriso di scherno e la singolare tenzone ebbe inizio.

La prima mossa di Tajamano fu quella di cercare di avvinghiare il giovane, ma questi con sorprendente velocità si scartò da un lato provocando l’ira dell’avversario il quale tornò alla carica cercando di colpirlo; ad un dato momento vi riuscì, lo prese per il collo e cominciò la stretta. Un urlo di terrore si levò dal popolo che vedeva la fine del Samuray, ma tosto l’urlo si tramutò in acclamazione quando vide che con un magistrale sbilanciamento il forte Tajamano era precipitato sul terreno.

Verde dalla rabbia con la bava alla bocca il gigante non riusciva a rendersi conto come quell’omino da lui considerato un vermiciattolo, avesse potuto gettarlo a terra mentre stava per essere strangolato. Si rialzò e lanciandosi come un ariete prese Sukune per la vita, lo sollevò sulla sua testa e stava per lanciarlo oltre quando si trovò con il collo imprigionato tra le gambe del Samurai in una forbice perfetta; una stretta alla gola lo fece sedere lentamente a terra dibattendosi, mentre Sukune (che continuava la stretta sempre più forte) rivolgendosi all’Imperatore disse: “Ecco o mio signore la fine del famigerato Tajamano Kokajo; ho mantenuto il giuramento, ho vendicato Fior di Loto distruggendo il truce assassino, senza armi e senza interventi di magia”. 

L’Imperatore volle conoscere di persona l’astuto e prode Samuray al quale dette l’incarico di insegnare agli uomini della guardia Imperiale l’arte della difesa personale al fine di renderli praticamente invulnerabili”

… L’ era del Ju-Jitsu era così iniziata.

Il Ju Jitsu in Europa

I pionieri del Ju Jitsu in Europa furono Raku Uyenishi e Yukio Tani, che già nel 1901 erano attivi a Londra. Risale comunque al 1918 l’avvenimento più importante in Gran Bretagna, ossia la costituzione del Budokwai grazie a Gunji Koizumi. A Parigi, dopo una lunga campagna di stampa, il 26 ottobre 1905 s’incontrarono Ernest Régnier (Ré-Nié) e Georges Dubois, valente pugile, schermidore e pesista: Ré-Nié ebbe la meglio sul più pesante rivale in appena 26 secondi con una leva articolare. Nel 1906, a Berlino, Erich Rahn apriva la prima palestra in Germania.

Il Ju Jitsu in Italia

Il Ju Jitsu giunse nel nostro paese all’inizio del ’900, diffuso dai marinai che lo avevano appreso durante la permanenza nel Mar della Cina delle nostre navi da guerra, in particolare degli incrociatori Marco Polo e Vesuvio. La prima dimostrazione di “lotta giapponese” in Italia si tenne il 30 maggio 1908. Nella Villa Corsini, a Roma, si esibirono due sottufficiali di Marina, che pochi giorni dopo ripeterono la loro dimostrazione nei giardini del Quirinale, alla presenza di re Vittorio Emanuele III. Ma il cammino del Ju Jitsu in Italia fu lento e difficile. Sul finire del 1921 Carlo Oletti, capo cannoniere di prima classe, già imbarcato sul Vesuvio, venne chiamato a dirigere i corsi di Ju Jitsu introdotti nella Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica, a Roma. Nel 1924 si costituì la Federazione Ju Jitsuista Italiana (FJJI), trasformata nel 1927 in Federazione Italiana Lotta Giapponese (FILG), quindi assorbita dalla Federazione Atletica Italiana (FAI) nel 1931. Dal 1971 il Ju Jitsu è presente nella nostra Federazione come disciplina associata e dal 1985, assieme all’Aikido, è inserito autonomamente nelle attività federali. Con Carlo Oletti si ritiene datare l’inizio della diffusione organica del Ju Jitsu identificato con la denominazione successiva di Judo, ma a Gino Bianchi si deve negli anni ‘40 l’introduzione della”Dolce Arte”in Italia. Arruolato nella Marina da Guerra, apprese le tecniche del Ju Jitsu nella Cina occupata dal Giappone. Quindi, tornato in patria a Genova, promosse la diffusione del Ju Jitsu in tutta Italia. Nell’ambito federale inizialmente il Ju Jitsu ha privilegiato lo studio della tecnica sviluppando la diffusione del”Metodo Bianchi”e affiancando successivamente ai”Settori”lo studio dei Kata dell’Hontai Yoshin Ryu, una delle scuole tradizionali giapponesi tra le più antiche. Per quanto riguarda il”Metodo Bianchi”l’iniziale catalogazione delle tecniche in Settori data dal Maestro Rinaldo Orlandi è stata rivista nel 1985 dai maestri Bagnulo, Mazzaferro e Ponzio ed alle singole tecniche, selezionate e ridotte da 20 a 10 per i vari passaggi di grado, si sono aggiunti i”Concatenamenti”che implicano il collegamento di una tecnica ad un’altra in seguito ad una reazione dell’avversario.